L’intervista è avvenuta il 27 febbraio 2020. Attualmente (22-10-2021) siamo usciti da oltre un anno e 5 mesi (4 maggio 2020) dall’emergenza sanitaria della prima ondata epidemica (fase 1). Gli accadimenti epidemici hanno richiesto un totale blocco della maggior parte delle attività lavorative e ha costretto la popolazione a rinchiudersi nelle proprie abitazioni per oltre 50 giorni. Purtroppo una seconda ondata si è ripresentata a fine di settembre 2020. Il rapido aumento di contagi, in alcune regioni definite zone rosse e nelle grandi città come Milano, Torino e Napoli, ha gravemente impegnato i posti letto di medicina dedicati al COVID, con progressiva occupazione delle Terapie Intensive. Dal 6 novembre fino al 6 dicembre 2021, si è attivata una nuova limitazione della libera circolazione dei cittadini e di molte attività commerciali, diversificate per regioni, in base a determinati parametri di diffusione del contagio in relazione alla capacità di gestione sanitaria. La situazione si è prorogata con specifiche regionali e comunali fino al 26 aprile 2021, in quanto si è affrontata una terza ondata di picco epidemico forse causato dal ritardo del piano vaccinale, in concomitanza alla più rapida diffusione delle varianti virali maggiormente contagiose. Sono proseguite fino a quella data limitazioni degli spostamenti tra regioni e  chiusura gli impianti dedicati agli sport invernali. A partire dall’inizio di giugno l’Italia è tornata libera nei movimenti interegionali ed in quasi tutte le attività commerciali e sportive e dal 28 giugno è stata dichirata a minimo richio in tutte le regioni (zona bianca), pur suggerendo comportamenti precauzionali per prevenire il contagio. Ad oggi la situazione appare sotto controllo, il piano vaccinale ha raggiunto gli obiettivi e si attende l’autunno per verificare l’eventuale andamento epidemico. Dal 15 ottobre il Governo ha scelto di contenere il rischio del contagio epidemico, introducendo un lascia passare (Green-Pass) da applicare ad ogni categoria del lavoro pubblico e privato. Green-Pass precedentemente riservato esclusivamente nei luoghi di ritrovo sociale al chiuso o per grandi manifestazioni (stadio, concerti etc) considerati a rischio. Per ottenere questo lascia passare i cittadini devono essere vaccinati o guariti da Covid-19 o devono esegurie un tampone che gli offre il lascia passare per un tempo di 48/72 ore (test antigenico o molecolare). Per quanto riguarda l’avvenuta guarigione da Covid, le Autorità Sanitarie hanno arbitrariamente deciso di non considerare la positività per Ab neutralizzanti anti Spike del virus Sars-cov-2, come dimostrazione di avvenuto contagio e quindi di avvenuta immunità naturale, superiore ad immunità vaccinale. A conferma, la letteratura scientifica ha rilevato che l’avvenuta immunità naturale, risulta essere da 6 a 13 volte più potettiva della sola immunità vaccinale, rispetto al rischio di nuova infezione da variante Delta di Sars-Cov-2. Pertanto nel 20% della popolazione che risulta sprovvista di Green-Pass, non viene considerato che una percentale rilevante di soggetti, hanno fatto lascelta di non vaccinarsi in quanto sanno di essere naturalmente immunizzati nei confronti del virus Sars Cov-2 e di rappresentare un pericolo inferiore per se stessi e per la comunità, rispetto ai soggetti  che hanno ricevuto entrambe le dosi di vaccino a mRNA, considerato di tutti il più protettivo.

L’epidemia da SARS-COV-2 determina la patologia denominata COVID-19 (Corona Virus Desease-2019). L’epidemia ha avuto in fase iniziale una crescita molto rapida, con esponenziali nuovi casi di contagio, malattia e decessi. Nell’arco di 50 giorni, a seguito del Lock Down, si è verificato un rallentamento riconducibile ad un picco o plateau raggiunto e superato. In Lombardia i focolai di contagio si diffondono nelle comunità territoriali legate al mondo agricolo e all’attività commerciale degli allevamenti intensivi di animali. Molto probabilmente i primi contagiati sono presenti già a settembre 2019. Contagi forse avvenuti attraverso i contatti commerciali con la Germania. La città di Milano e provincia, appena sfiorata durante la prima ondata, diviene epicentro nella seconda ondata. Nella sola Lombardia, il tasso di letalità rilevato fu stimato oltre il 10%. Durante la prima ondata si testano solo pazienti con segni evidenti di malattia. Il Tasso di Letalità viene ricavato in base al rapporto tra il numero dei decessi, diviso il numero dei contagiati risultati positivi ai test. Fu molto probabile che fin dall’inizio il numero dei contagiati fosse stato almeno 10/15 volte superiore. Ad oggi il numero di decessi registrati in Italia ha superato la quota 130.000. Secondo il nuovo rapporto stilato da ISS (0ttobre 2021), dei 130.468 decessi registrati nel nuovo rapporto come COVID, solo 3783 casi, sono da imputare a morti avvenute direttamente per causa dell’infezione Sars-Cov-2. Come si è più volte detto, sono stati prevalentemente colpiti  soggetti a rischio per comorbilità che sono deceduti a causa di avvenute complicanze fatali. Questo dato rappresenta la punta dell’iceberg di una grande diffusione dell’infezione che potrebbe essere con oltre 4 milioni di persone risultate positive al virus attraverso il tampone, anche tre o quattro volte di più, ossia circa 12/16 milioni le persone che si sono infettate. In questo caso il tasso di letalità della media della popolazione, oscillerebbe tra 1% e lo 0,8%, Infatti 80% dei soggetti infettati sono asintomatici ed il restante 15% è paucisintomatico e come conseguenza scarsamente tracciabile. Il tasso di letalità oggettivo del COVID-19 ancora non si conosce esattamente. Si stimava inizialmente essere compreso tra 0,6% e 0,7%, ossia 6 /7 volte più letale della comune influenza stagionale che raggiunge lo 0.1%.  Va sottolineato che vi è una differenza tra la letalità diretta del virus e la morte per comorbilità, ossia la presenza di altre patologie associate, responsabili della morte dei pazienti risultati positivi al virus. Percentuale di soggetti che risulta essere oltre il 95% delle cause di decesso e che nel 98% dei casi riguarda persone di età sopra i 75/80 anni già affetti da una o più malattie croniche di una certa gravità. Ciò non toglie che questi soggetti se non avvessero contratto l’infezione non sarebbero morti in così gran numero ed in tempi molto ristretti. E’ probabile che in Italia il tasso di letalità del Sars Cov-2 sia stato più alto degli altri paesi europei, in quanto siamo stati colpiti per primi, non eravamo preparati per la mancanza di un piano pandemico aggiornato, siamo stati inizialmente meno esperti nella gestione della malattia ed è stata colpita nel 98% dei casi la popolazione dei malati anziani, molto numerosi specie in Italia del nord.

La pericolosità di questa nuova infezione virale, rispetto al virus influenzale o ad altri parainfluenzali, si è distinta per tre principali caratteristiche di cui la prima è probabile, la seconda, specie per le nuove varianti del virus è verosimile, la terza è una comprovata evidenza clinica ed anatomopatologica.

  1. Molti individui contagiati (sino al 95%) possono essere asintomatici o avere pochi sintomi (paucisintomatici), divenendo dei possibili diffusori “invisibili”-
  2. Vi sono dei dati che comproverebbero che virus SARS-COV 2, rispetto ad altri ceppi virali parainfluenzali conosciuti, abbia una maggiore capacità di diffondersi e quindi di essere contagiante. Vi sono degli studi che hanno osservato una maggiore resistenza del virus nei materiali biologici al di fuori del corpo.  I virus resisterebbero fino a 21 giorni nei residui di tessuti cellulari biologici, a temperature inferiori a 21 gradi C, rispetto ad altri ceppi virali, come per esempio nel caso del virus influenzale che resite al massimo fiono a 17 giorni. Questo dato sembra essere ancora più importante per le più recenti variabili come quella definita Inglese, Brasiliana e Sud Africana, in cui le variazioni acquisite del virus lo renderebbero più contagioso ma forse anche più virulento dei precedenti. Anche la recente variante Delta sembra veloce nella sua diffusione.
  3. In caso di infezione aggressiva da SARS-COV-2  è invece accertato che sono frequenti le manifestazioni di polmonite diffusa di tipo interstiziale associata a fenomeni micro-trombo-embolici, con coinvolgimento anche a livello sistemico (DIC: Coagulazione Intravasale Disseminata). Questo quadro determina numerosi casi di insufficienza respiratoria acuta ma anche cardiomiopatie, ictus cerebrali, danni epatici, renali. Tutte situazioni emergenziali che necessitano di ricovero in reparti di Terapia Intensiva. Quest’ultimo aspetto, legato alla coagulazione intravascolare disseminata (DIC) dei vasi sanguigni in sede polmonare o in altri distretti coinvolti dall’infiammazione massiva, hanno comportato un aumento del tasso di letalità durante il primo periodo epidemico, in cui vi era il divieto di eseguire autopsie per timore del contagio virale.

Questi dati, in particolare il punto 1 e 3, hanno fatto probabilmente la differenza nelle aree più colpite dal picco epidemico, per difficoltà nella gestione dei ricoveri in terapia intensiva. Situazione che si è evidenziata drammatica in certe aree della Lombardia, dove si sono raggiunti livelli critici di emergenza sanitaria che hanno determinato oltre il 50% dei decessi e della gravità della diffusione dell’epidemia in Italia e che ancora oggi pesa il 2o% su tutto il territorio Nazionale. Situazione critica che durante la prima ondata, ha risparmiato la città metropolitana di Milano (1 milione e trecentomila persone). A giugno 2020 a Milano si contavano meno di 10.000 casi totali risultati positivi al tampone. Per quanto riguarda il resto dell’Italia, c’era il ragionevole timore di un eventuale picco successivo di contagio, nelle aree del Paese più fragili da un punto di vista delle strutture sanitare e con un alta densità di popolazione. Si è confidato nel fatto che in fase 1 si è agito tempestivamente nel mettere in atto le misure di mitigazione del contagio in tutta Italia.

I dati raccolti al termine del primo picco epidemico hanno dimostrato che i pazienti che hanno avuto necessità di Terapia Intensiva sono stati quasi zero sotto i 55 anni, lo 0.7% dai 55 ai 65 anni, e tra il 3% ed il 5% tra i 70 e 95 anni. Alla fine di questi 20 mesi di pandemia in Italia i tassi di letalità dovuti a Covid-19, hanno raggiunto il 27% nei pazienti over 80, 11% over 70 e 4% oltre i 60 anni. Questi dati sono riferiti al 3-5% di soggetti infettati che hanno sviluppato la forma grave di Covid-19.  Come sempre sono state le condizioni di salute iniziali del soggetto a creare la gravità e l’esito della malattia da Sars-Cov-2.

La comunità scientifica internazionale di infettivologia è arrivata alla conclusione che in molti soggetti l’infezione da SARS-COV-2 si stia comportando come una infezione opportunistica. Milioni di persone  oggi soffrono di sindrome “Long Covid”. Si tratterebbe di un quadro di cronicizzazione dell’infezione. Anche se nel 90% dei casi il contagio virale non conduce allo sviluppo di malattia (COVID-19),  si è osservato che  soggetti che hano avuto sintomi leggeri, possono non riuscire a guarire del tutto dalla infezione. ll Sistema Nervoso ed il Sistema Vascolare (vasculiti disseminate) sembrano i più colpiti dalla così detta Sindrome Post Covid. La sintomatologia che caratterizza la Sindrome si manifesta con stanchezza cronica, disturbi della memoria e dell’attenzione, depressione, cefalea, crisi vegetative di vario tipo, dermatiti. In tutto il mondo si sono attivati progetti di ricerca per trovare soluzioni terapeutiche in grado di gestire questa situazione che si sta diffondendo in un’ampia fetta della popolazione colpita dal virus, la cui dimensione è ancora da definire. In particolare sembra proprio che la proteina Spike, componete fondamentale del virus necessaria per infettare le cellule, sia responsabile di una vasculite disseminata. Questo effetto purtoppo si è osservato anche quando la proteina spike viene direttamente inoculata in un organismo vivente (cavie) con un vettore inerte non virale.

Per quanto riguarda la sensibilità genetica all’infezione da SARS-COV-2, gli attuali studi hanno stimato una rilevanza della predisposizione genetica che impatta per il 15% dei casi gravi di COVID-19, specie nei soggetti giovani che molto generalmente molti di rado sviluppano la forma grave. Era già noto che il genotipo HLA-B27, sottotipo 0.4, presente nel 69% della popolazione della Cina meridionale, ed inferiore al 1% in Europa, avrebbe potuto giocare un ruolo di predisposizione genica della gravità dei casi di COVID-19 osservati a Wuhan, dove si è sviluppato il primo focolaio epidemico. Forti di questa differenza di predisposizione genetica presente in Cina, che favorirebbe l’ingresso del virus nelle cellule, speravamo che in Europa l’eventuale impatto sarebbe stato più gestibile. Ci sbagliavamo, perché da noi la popolazione è mediamente più vecchia e malata. Ma per quanto riguarda lo studio genetico, si è scoperto che esiste un difetto di funzionamento del Sistema Immunitario che riguarda la produzione di Interferon 1 nel 3,5% dei casi, ma ancora più spesso la produzione di auto anticorpi anti Interferon 1, a completare il 15% dei soggetti a rischio che, anche se giovani e senza comorbilità, sviluppano la forma grave di COVID-19. Questo aspetto di predisposizione genica non si distribuisce in base all’etnia, ma riguarda trasversalmente ogni popolazione presa in esame. Altri studi preliminari hanno anche osservato che gli anticorpi anti A del gruppo sanguigno del tipo 0, risulterebbero essere protettivi nei confronti dell’infezione da SARS-COV-2.

La ricerca scientifica sta testando farmaci e strategie terapeutiche efficaci per contrastare il virus. Da subito si è andati alla ricerca di un vaccino, cercando di accelerare al massimo i tempi della sua realizzazione e produzione di massa. Per questo sono partite ricerche in tutto il mondo che hanno attivato studi di fase 1 (laboratorio), fase 2 (animali) e fase 3 (volontari umani) in contemporanea. Studi che per questo motivo, se si seguono le tempistiche fino ad ora utilizzate, necessiterebbero anni, prima di poter verificare la sicurezza e l’efficacia del vaccino. Quest’accelerazione ha consentito l’arrivo dei primi vaccini in Europa e a dicembre 2020 nel Regno Unito. Il primo ad essere stato somministrato è stato il vaccino anti-Covid PFIZER-BIONTECH (Bnt162b). Il secondo arrivo MODERNA (mRna1273). Le due soluzioni vaccinali funzionano allo stesso modo. Il vaccino contiene le informazioni genetiche, sotto forma di RNA messaggero, affinché i ribosomi delle nostre cellule possano produrre la proteina “spike” del coronavirus Sars-Cov-2.  La proteina “spike”, che coincide con quella attraverso cui il virus si aggancia alle cellule bersaglio, una volta in circolo stimola una risposta immunitaria, portando il corpo a generare anticorpi neutralizzanti e attivare cellule T, proprio come se fossimo stati attaccati dal vero virus. Il terzo vaccino disponibile è ASTRA-ZENECA/OXFORD rinominato Vaxzevria. Si tratta di un vaccino che utilizza un vettore di scimpanzé con deficit di replicazione basato su una versione indebolita di un comune virus del raffreddore (adenovirus), che contiene il materiale genetico della proteina spike di SARS-COV-2. Dopo la vaccinazione, viene prodotta la proteina superficiale, che attiva il sistema immunitario affinché attacchi il coronavirus in caso di contagio. Il vettore adenovirus ricombinante (ChAdOx1) è stato scelto per generare una forte risposta immunitaria già da una singola dose e non è replicante e non può quindi, in nessun caso, causare infezione nell’individuo vaccinato. la seconda dose si ripete dopo 3 mesi. Il vaccino Russo (Sputnik) è risultato ancora più efficacie dell’Astra-Zeneca, perchè il richiamo introduce una variante del virus inoculato, che non induce eventuali resistenze anticorpali prodotte dal soggetto contro lo stesso vaccino alla seconda dose. Questo renderebbe il vaccino Sputinik con un elevato livello di efficacia (più del 90%), contro il 60% inizialmente attribuito ad Astra Zeneca, che per questo motivo sta apportando degli aggiornamenti simili allo Sputnik. I nuovi dati raccolti su Vaxzevria, hanno rivalutato i livelli di efficacia comunque più alti di quelli stimati inizialmente pari a oltre 80%. L’EMA ha riconosciuto come effetto collaterale molto raro di  Vaxzevria la formazione di trombosi in sedi inusuali associate a  piastrinopenia e ha confermato il giudizio positivo rispetto al rapporto rischio/beneficio di questo vaccino, ritenendolo efficace nel prevenire le forme gravi di COVID-19. Da dati provenienti dai laboratori del Brasile, risulterebbero che Vaxzevria non protegga da alcune varianti del virus Brasiliano simili  a quelle  del Sudafrica e già presenti in Italia. Si aspetta di verificare gli sviluppi di questi nuovi dati. Anche il recente vaccini  Johnson & Johnson (Vaccine Janssen), che usa un vettore adenovirus a mono somministrazione, efficace anche su alcune varianti, facile da utilizzare per la conservazione, ha mostrato rari casi di trombosi che hanno posto un indicazione simile a Vaxzevria ossia sopra i 60 anni a causa di un relativo, anche se rarissimo, aumentato rischio nei soggetti più giovani. Ultimo arrivato di recente il vaccinio Novavax introduce nell’organismo umano la proteina Spike mescolata con saponina che serve per istruire il sistema immunitario e stimolare la risposta “adattativa” dei linfociti di tipo T e B che sono gli archivi anti virus del nostro corpo, così da produrre gli anticorpi specifici per fermare il contagio. Il nuovo Vaccino anti Covid-19 attualizza una tecnica che si utilizza da più di trent’anni, già ampiamente sperimentata per vaccini a protezione dei neonati, che finora si sono segnalati per la scarsità di effetti collaterali di rilievo e sono stati molto utili per combattere herpes zoster, meningococco, papillomavirus ed epatite B. Per questo motivo oltre ad essere efficace, potrebbe costituire un elemento di maggiore tranquillità per quelle che sono i teorici effetti collaterali a lungo termine non acora studiati negli altri precenti tipi, in particolare ad mRna, più efficaci, ma meno studiati nella popolazione generale.

Vaccini anti Sars-Cov-2 su cui si punta molto, ma che potrebbero dare immunità per un periodo troppo breve, per le caratteristiche che posseggono questi tipi di virus a RNA a singola catena. Inoltre l’imminità vaccinale è stata misurata in base alla risposta anticorpale che il vaccino induce che è una immunizzazione sbilanciata rispetto al contatto con il virus reale. Fino a poco tempo fa, si riteneva che un numero discreto di persone che si erano ammalate (COVID-19), o che erano venute in contatto con il Sars -Cov-2, non sviluppassero una risposta immunitaria permanente (almeno 1 anno) in quanto in pochi mesi tendevano a negativizzare gli anticorpi IgG di memoria. Recenti ricerche avrebbero smentito queste ipotesi, in quanto hanno dimostrato che i linfociti B che producono gli anticorpi, restano attivi anche dopo l’infezione e divengono subito pronti a produrre nuovi anticorpi in caso di contagio con un nuovo ceppo virale. Inoltre l’immunità così detta cellulare dei linfociti T sono altrettanto in grado di produrre un efficace immunità naturale anche contro le sempre più numerose varianti del virus (inglese, sudafricana, brasilian, la più recente delta). L’immunità naturale ha il vantaggio, rispetto alla vaccinazione, di “conoscere il virus per intero” e non solo in una sua frazione, la proteina spike, necessaria per la penetrazione del virus nelle cellule. La maggior parte degli immunologi ritengono pertanto che possa essere più protettiva l’immunità naturale rispetto a quella acquisibile attraverso il vaccino, specie nei confronti di nuove varianti infettive del virus così come nel caso si presentasse l’eventualità di manifestare forma grave di malattia (ADE) innescata da un successivo contagio del virus, avente una sostanziale modificazione della proteina spike, non più neutralizzabile dagli anticorpi prodotti con il vaccino.

Infatti un evento molto temuto dai produttori di vaccino, è il verificarsi della comparsa di eventi tipo di paradosso, fenomeno noto come ADE (Antibody-Dependent Enhancement) ossia potenziamento della malattia anticorpo dipendente o meglio potenziamento immunitario/infiammatorio che provoca una manifestazione clinica molto grave della malattia. Si tratta di una sorta di “cavallo di Troia” che permette al virus di introdursi nelle cellule del Sistema Immunitario chiamate macrofagi. Queste cellule fondamentali dell’Imunità Innata, riconoscendo la presenza di anticorpi, non più neutralizzanti il virus, legate alle cellule infettate, tendono a fagocitarle in ogni caso. In tal modo il virus ancora vivo, trova spazio al loro interno, si replica e le uccide. Alla morte dei macrofagi si liberano citochine che sono molecole biologiche che fungono da potenti attivatori dell’infiammazione. L’effetto ADE innesca la così detta “tempesta citochinica” responsabile delle forme gravi di polmonite interstiziale e della Coagulazione Intravascolare Disseminata (DIC) in corso di gravi manifestazioni di COVID-19.

Anche se ad oggi i vaccini risultano capaci di indurre la formazione di anticorpi neutralizzanti nei confronti dei virus SARS-COV-2 in circolazione in Europa e USA,  alcune varianti sembrano iniziare a sfuggire all’intercettazione vaccinale. La questione sembrerebbe per ora risolta, ma non si può escludere la possibilità che nei prossimi mesi il virus muti ad un livello tale da non consentire più l’effetto neutralizzante anticorpale efficace,  rischiando di innescare l’effetto ADE nei soggetti vaccinati che si contagiassero nuovamente con nuovo SARS-COV-2 modificato. In questo caso sarà necessaria una tempestiva produzione di nuovi vaccini aggiornati alle caratteristiche del nuovo Virus mutato. Vaccini da somministrare con grande rapidità in tutti i soggetti precedentemente vaccinati. In caso contrario il temuto effetto ADE potrebbe teoricamente produrre nuovi casi di Covid fulminanti e letali, proprio nei soggetti precedentemente vaccinati anche se in salute e di giovani età. Pertanto la decisione che la comunità scientifica internazionale ha preso di vaccinare più persone possibili, fino al 70-80% della popolazione e non solo le categorie a rischio (20%), responsabili dell’emergenza sanitaria e della crisi economica mondiale, è teoricamente rischiosa, ma è mirata ha bloccare il prima possibile la circolazione del virus (immunità di gregge) allo scopo di bloccare lo sviluppo delle varianti che possono resistere agli attuali vaccini. Battaglia che si dice potremmo perdere se non si prevede una campagna vaccinale rapida ed efficace anche nei paesi più poveri. Al contrario i pericoli per la salute potrebbero aumentare anche per la popolazione attualmente non colpita dalla forma grave di COVID a causa dell’auto aggressione immunitaria dovuta ad ADE in individui esposti al contagio con nuovi ceppi di SARS-COV-2 mutati e non più neutralizzati dalle vaccinazioni attuali. Inoltre è altrettanto noto che essere vaccinati per tipi di virus ad mRna come il Sars Cov 2, proprio per la natura di questi tipi di virus, le vaccinazioni favoriscono lo svilupppo delle varianti nei soggetti vaccinati che possono comportarsi come contagiati asintomatici e quindi svilupparle e diffonderle facilmente, anche se i dati più recenti ribadiscono la minore trasmissibilità del virus nei vaccinati rispetto ai non vaccinati. Dunque la comunità scientifica mondiale avrebbe “scommesso” di vincere la battaglia della pandemia puntando sui vaccini, che pur essendo di fatto sperimentali (per molti aspetti più una fase 3 che 4), avrebbero una più elevata probabilità di arrestare la diffusione del virus oltre che ridurre, in particolare nei soggetti a rischio, la gravità della malattia. E notizia del 23 agosto che FDI ha difatto “sdoganato” la fase sperimentale (fase 3)  sui vaccini ad mRNA (Pzifer e Moderna) in quanto i dati raccolti ad oggi, consentirebbero già di ritenerli sicuri. per questo motivo in Italia si sta considerando l’eventualità dell’obbligo vaccinale attualmente rimodulato in un un obbligo di Green Pass  (“lascia passare”) per tutte le categorie dei lavoratori. La legge dovrebbe entrare in vigore dal 15 ottobre 2021. Ancora scarsa di evidenza scientifica è invece la decisione attuata da tempo di vaccinare  soggetti naturalmente contagiati dal virus che hanno mostrato valida immunità anticorpale per presenza di IgG neutralizzanti la proteina spike. In Italia vige l’indicazione a vaccinare (secondo le direttive EMA) pazienti dichiarati guariti da Covid, preferibilmente entro 6 mesi dalla pregressa infezione e solo con una singola dose di vaccino, se comprovata da una documentata positività del tampone molecolare al momento del dichiarato contatto con il virus. Numerose pubblicazioni stanno inoltre evidenziando che le proteine spikes, di cui induciamo un’importante produzione attraverso le vaccinazioni, “mimano” (omogeneaità di sequenza genica) le strutture proteiche di oltre 22 tessuti umani diversi, come il cuore ed il cervello, le cellule del sistema riproduttivo etc. Esisterebbe dunque la possibilità che in coincidenza ad un levato numero di anticorpi prodotti dal nostro Sistema Immunitario contro le spikes, vadano a legarsi ai nostri tessuti provocando un possibile danno da autoimmunità. Le ricadute di questo fenomeno sono ancora sconosciute in quanto non è stato possibile studiare l’incidenza di una possibile autoimmunità nei soggetti vaccinati negli anni a venire. Altrettanto difficile sarà poter dimostrare una relazione causa/effetto tra vaccino ed autoimmunità con studi retrospettivi, in quanto potrebbero passare molti anni tra l’evento vaccinale e la comparsa dell’effetto avverso auto immunitario. Se cio dovesse accadere, la scelta di fare una vaccinazione di massa, invece che mirata alla sola popolazione a rischio per forma grave di Covid, potrebbe risultare, nel rapporto rischio/beneficio, una scelta svantaggiosa per la risoluzione della pandemia.

Per quanto riguarda l’aspetto clinico della gestione medica del COVID-19, si è scoperto tardivamente, attraverso le autopsie, non eseguite all’inizio dell’epidemia, per timore della contagiosità del virus, che molte cause di decesso attribuite a COVID-19, erano dovute non solo a polmonite interstiziale ma a meccanismi trombo embolici dei vasi polmonari (DIC). Iper-coagulazione disseminata innescata dalla intensa reazione infiammatoria (tempesta citochinica) prodotta dall’organismo, quando aggredito violentemente dal virus. A questo scopo ora si stanno usando in certe fasi della manifestazione della malattia, anticoagulanti (eparina) e anti-infiammatori (desametasone) per frenare l’eccessiva reazione infiammatoria. Tra tutte le terapie fino ad ora somministrate, uno dei trattamenti che ha dimostrato inizialmente ottima efficacia e specificità, consiste nell’infusione di plasma di pazienti guariti da corona virus, contenenti alcuni tipi di anticorpi, definiti neutralizzanti, in grado di bloccare rapidamente la replicazione virale. Uno studio pubblicato a novembre 2020 avrebbe purtroppo registrato una scarsa risposta a questo genere di infusioni rispetto al gruppo controllo oggetto di studio. Questa ricerca è in contrasto con le molte osservazioni positive raccolte da vari centri clinici nazionali che lo hanno utilizzato. Anche in Italia si stanno studiando gli effetti degli Anticorpi Monoclonali (sintetizzati in laboratorio), che riproducono fedelmente gli anticorpi risultati potenti neutralizzatori del nuovo coronavirus, estratti dal plasma di soggetti malati che sono guariti e che risultano essere efficacemente immunizzati. Gli Anticorpi Monoclonali anti SARS-COV-2 sono dunque sia una terapia per soggetti infettati da virus asintomatici, così come in pazienti con COVID-19 conclamato in corso, ma agiscono anche come profilassi in alternativa alla vaccinazione per non ammalarsi. Infatti analogamente ad un vaccino, ma più velocemente di un vaccino, generano una copertura di 6 mesi dal giorno dopo la somministrazione dell’anticorpo, che ti rende protetto dal virus ma anche non contagioso nei confronti di altre persone. Si parla della messa in commercio al pubblico di questi dipositivi di immuno profilassi a partire dal prossimo autunno 2021.

Sul piano economico e sociale, il Lock Down deciso dal Governo alla prima ondata di marzo-aprile 2020, bloccando l’attività lavorativa di quasi tutti i settori produttivi, commerciali, artigianali e professionali, per un lungo periodo di tempo, ed in modo più limitato ma altrettanto grave, durante la seconda ondata autunnale, ha innescato la più importante crisi economica dal dopo guerra ad oggi, in un contesto di crisi globale. Infatti la maggior parte delle altre nazioni d’Europa e del mondo, hanno adottato misure di Lock Down simili alle nostre. Questa condizione drammatica, insieme alla paura del contagio virale, sempre più diffusa nella percezione collettiva della gente, il prolungato isolamento sociale di molti anziani, che hanno dovuto cambiare le loro abitudini, stanno giocando un peso rilevante per la salute pubblica generale. L’impatto emotivo che la situazione ha prodotto sulla popolazione, ha determinando una condizione sfavorevole per l’equilibrio del Sistema Immunitario di tutti quei soggetti emotivamente più impressionabili o maggiormente coinvolti dalla situazione di incertezza economica che si delinea per il futuro. La ricerca scientifica ha più volte dimostrato che condizioni prolungate di paura/allarme/ansia/angoscia, abbassamento del tono dell’umore, disturbi del sonno, provocano disfunzioni nella regolazione del Sistema Neurovegetativo, con conseguenze negative sulla risposta infiammatoria ed immunitaria. A conferma del grave disagio psico-sociale che ha colpito oltre il 50% della popolazione, si è registrato un netto incremento dell’assunzione di psicofarmaci di tipo ansiolitico e antidepressivo. Un altro elemento sfavorevole che ha avvantaggiato la virulenza del COVID-19, deriva da una eccessiva sedentarietà, a seguito dell’ordinanze che hanno obbligato la popolazione a non muoversi dalla propria abitazione per periodi prolungati. Comportamento purtroppo spesso associato ad un abuso compulsivo di dieta a base di carboidrati, come si è evidenziato dal consumo di farina, lieviti, pasta e riso. Tipo di alimentazione che nella fascia di età più a rischio (over 65), conduce alla sindrome metabolica (iperglicemia, dislipidemia e ipertensione), fattore di rischio di infiammazione cronica silente, elemento critico in caso di infezione da SARS COV 2. Inoltre si stima che il comportamento sedentario, per le conseguenze sopra descritte, provoca già da solo in modo diretto ed indiretto, fino a 19.000 decessi al giorno a livello mondiale. Un altro gravissimo problema sociale che dovrà essere affrontato, riguarda la popolazione giovanile, molto spesso impedita nelle attività scolastiche e costretta all’isolamento relazionale.

In futuro la Storia dovrà giudicare se di fronte a questa pandemia, la scelta fatta dalla maggioranza degli stati Sovrani Moderni nell’adottare misure tanto restrittive della libertà personale dei cittadini, con conseguenze drammatiche sull’economia di quasi tutti i popoli, sia stata la scelta migliore per preservare il bene comune, o forse solo la più opportuna, per nascondere le evidenti inefficienze sanitarie ed organizzative di molte nazioni moderne, che si sono dimostrate impreparate a gestire una epidemia virale verosimilmente più virulenta di 6/7 volte rispetto alla comune influenza stagionale, se questo tasso di letalità verrà confermato dagli studi epidemiologici retrospettivi.

 

http://www.radiorosbrera.com/2020/02/27/con-il-dottor-giulio-pellegata-parliamo-anche-di-coronavirus-difese-immunitarie-e-dellimportanza-dei-numeri/

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