L’intervista è avvenuta il 27 febbraio 2020. Attualmente (26-02-2021) siamo usciti da oltre 9 mesi (4 maggio 2020) dall’emergenza sanitaria della prima ondata epidemica (fase 1) che ha richiesto un totale blocco della maggior parte delle attività lavorative e ha costretto la popolazione a rinchiudersi nelle proprie abitazioni per circa 50 giorni. Purtroppo una seconda ondata  si è ripresentata a fine di settembre 2020. Il rapido aumento di contagi, in alcune regioni definite zone rosse, ha gravemente impegnato i posti letto di  medicina dedicati al COVID, con progressiva occupazione delle Terapie Intensive. Dal 6 novembre fino al 6 dicembre, si è attivata una nuova limitazione della libera circolazione dei cittadini e di molte attività commerciali, diversificate per regioni, in base a determinati parametri di diffusione del contagio in relazione alla capacità di gestione sanitaria. La situazione si è prorogata con specifiche regionali e comunali fino al 27 marzo 2021. Proseguiranno quindi limitazioni degli spostamenti tra regioni e resteranno chiusi gli impianti dedicati agli sport invernali.

L’epidemia da SARS-COV-2 determina la patologia denominata COVID-19 (Corona Virus Desease-2019). L’epidemia ha avuto in fase iniziale una crescita molto rapida, con esponenziali nuovi casi di contagio, malattia e decessi. Nell’arco di 50 giorni, a seguito del Lock Down, si è verificato un rallentamento riconducibile ad un picco o plateau raggiunto e superato. In Lombardia i focolai di contagio si diffondono nelle comunità territoriali legate al mondo agricolo e all’attività commerciale degli allevamenti intensivi di animali. Molto probabilmente i primi contagiati sono presenti già a settembre 2019. Contagi forse avvenuti attraverso i contatti commerciali con la Germania. La città di Milano e provincia, appena sfiorata durante la prima ondata, diviene epicentro nella seconda ondata. Nella sola Lombardia, il tasso di letalità rilevato è stato stimato oltre il 10%. Durante la prima ondata testano solo pazienti con segni evidenti di malattia. Il Tasso di Letalità viene ricavato in base al rapporto tra il numero dei decessi, diviso il numero dei contagiati risultati positivi ai test. E’ molto probabile che il numero dei contagiati fosse almeno 10 o 15 volte superiore. Ad oggi il numero di decessi ufficiali in Italia ha superato la quota 95.000. Questo dato rappresenta la punta dell’iceberg di una grande diffusione dell’infezione che potrebbe essere con 2 milioni di persone risultate positive al virus attraverso il tampone, anche tre o quattro volte di più  ossia 8/10 milioni le persone che si sono infettate. Infatti 80% dei soggetti infetti sono asintomatici ed il restante 15% è paucisintomatico e come conseguenza scarsamente tracciabile. Il tasso di letalità oggettivo del COVID-19 ancora non si conosce esattamente. Si stima essere compreso tra 0,6% e 0,7%, ossia 6 /7 volte più letale della comune influenza stagionale che raggiunge lo 0.1%. Inoltre va sottolineato che vi è una differenza tra la letalità diretta del virus e la morte per comorbilità, ossia la presenza di altre patologie associate, responsabili della morte dei pazienti risultati positivi al virus. Percentuale di soggetti che risulta essere oltre il 95% delle cause di decesso e che nel 98% dei casi riguarda persone di età sopra i 75/80 anni già affetti da una o più malattie croniche di una certa gravità

Durante la  seconda ondata l’epidemia si estende anche nelle aree metropolitane più popolate come Milano, Torino, Roma, Napoli etc. I focolai si generano in coincidenza con il rientro delle persone dalle vacanze estive, e con la ripresa del lavoro e delle attività scolastiche. L’epidemia si diffonde progressivamente senza possibilità di tracciatura tra settembre, ottobre e novembre con migliaia casi di COVID-19, malattia che si manifesta in modo più intenso fortunatamente solo nel 5% dei contagiati (circa 1 su 20 delle persone che si infettano).

La pericolosità di questa nuova infezione virale, rispetto al virus influenzale o ad altri parainfluenzali, si è distinta per tre principali caratteristiche di cui la prima è probabile, la seconda, specie per le nuove varianti del virus è verosimile, la terza è una comprovata evidenza clinica ed anatomopatologica.

  1. Molti individui contagiati (sino al 95%) possono essere asintomatici o avere pochi sintomi (paucisintomatici), divenendo dei possibili diffusori “invisibili”-
  2. Vi sono dei dati che comproverebbero che virus SARS-COV 2, rispetto ad altri ceppi virali parainfluenzali conosciuti, abbia una maggiore capacià di diffondersi e quindi di essere contagiante. Vi sono degli studi che hanno ossetvato una maggiore resistenza del virus nei materiali biologici al di fuori del corpo.  I virus resiterebbero fino a 21 giorni nei residui di tessuti cellulari biologici, a temperature inferiori a 21 gradi C, rispetto ad altri ceppi virali, come per esempio nel caso del virus  influenzale che resite al massimo fiono a 17 giorni. Questo dato sembra essere ancora più importante per le più recenti variabili come quella definita Inglese, Brasiliana e Sud Africana, in cui le variazioni acquisite del virus lo renderebbero più contagioso ma forse anche più virulento dei precedenti.
  3. In caso di infezione aggressiva da SARS-COV 2  è invece accertato che sono frequenti le manifestazioni di polmonite diffusa di tipo interstiziale associata a fenomeni micro-trombo-embolici, con coinvolgimento anche a livello sistemico (DIC: Coagulazione Intravasale Disseminata). Questo quadro determina numerosi casi di insufficienza respiratoria acuta ma anche cardiomiopatie, ictus cerebrali, danni epatici, renali. Tutte situazioni emergenziali che necessitano di ricovero in reparti di Terapia Intensiva. Quest’ultimo aspetto, legato alla coagulazione intravascolare disseminata (DIC) dei vasi sanguigni in sede polmonare o in altri distretti coinvolti dall’infiammazione massiva, hanno comportato un aumento del tasso di letalità durante il primo periodo epidemico, in cui vi era il divieto di eseguire autopsie per timore del contagio virale. Purtroppo ignorare questo aspetto, insieme alla mancata attuazione del piano nazionale pandemico, che risulta non essere più stato realmente aggiornato dal 2006, ha causato un probabile forte aumento di decessi in fase iniziale, anche perché l’Italia è stata il primo paese occidentale ad essere investito dal COVID.

Questi dati, in particolare il punto 1 e 3, hanno fatto probabilmente la differenza nelle aree più colpite dal picco epidemico, per difficoltà nella gestione dei ricoveri in terapia intensiva. Situazione che si è evidenziata drammatica in certe aree della Lombardia, dove si sono raggiunti livelli critici di emergenza sanitaria che hanno determinato oltre il 50% dei decessi e della gravità della diffusione dell’epidemia in Italia e che ancora oggi pesa il 40% su tutto il territorio Nazionale. Situazione critica che durante la prima ondata, ha risparmiato la città metropolitana di Milano (1 milione e trecentomila persone). A giugno 2020 a Milano si contavano meno di 10.000 casi totali risultati positivi al tampone. Per quanto riguarda il resto dell’Italia, c’era il ragionevole timore di un eventuale picco successivo di contagio, nelle aree del Paese più fragili da un punto di vista delle strutture sanitare e con un alta densità di popolazione. Si è confidato nel fatto che in fase 1 si è agito tempestivamente nel mettere in atto le misure di mitigazione del contagio in tutta Italia.

I dati raccolti al termine del primo picco epidemico hanno dimostrato che i pazienti che hanno avuto necessità di Terapia Intensiva sono stati quasi zero sotto i 55 anni, lo 0.7% dai 55 ai 65 anni, e tra il 3% ed i 5% tra i 70 e 95 anni. Superati gli 85 anni, si osserva un’inversione di tendenza per i soggetti non ammalati di patologie criniche di una certa gravità.

La comunità scientifica internazionale di infettivologia è arrivata alla conclusione che l’infezione da SARS-COV-2 si stia comportando come una infezione opportunistica. Infatti nel 95% dei casi il contagio virale non conduce allo sviluppo di malattia (COVID-19), mentre tende a manifestarsi, con diversi livelli di gravità, in base alle caratteristiche dell’ospite, in una percentuale che non supera il 5% degli infettati e con un tasso di letalità che ancora resta difficile misurare con precisione. I dati che si stanno raccogliendo durante questo primo anno di pandemia, indicano che anche nelle forme lievi di Covid-19, con una certa frequenza, persitono o compaiono quadri sintomatici dovuti all’annidamento del virus in certi apparati o tessuti. In particolare il Sistema Nervoso sembra il più colpito dalla così detta Sindrome Post Covid. Stanchezza cronica, disturbi della memoria e dell’attenzione, depressione, cefalea, crisi vegetative di vario tipo, sono i sintomi più frequenti. In tutto il mondo si sono attivati progetti di ricerca per trovare soluzioni terapeutiche in grado di gestire questa situazione che si sta diffondendo in una fetta, la cui dimensione è ancora da definire, della popolazione infettata dal virus.

Per quanto riguarda la sensibilità genetica all’infezione da SARS-COV-2, gli attuali studi hanno stimato una rilevanza della predisposizione genetica che impatta per il 15% dei casi gravi di COVID-19 specie nei soggetti giovani che molto raramente sviluppano la forma grave. Era già noto che il genotipo HLA-B27, sottotipo 0.4, presente nel 69% della popolazione della Cina meridionale, ed inferiore al 1% in Europa, avrebbe potuto giocare un ruolo di predisposizione genica della gravità dei casi di COVID-19 osservati a Wuhan, dove si è sviluppato il primo focolaio epidemico. Forti di questa differenza di predisposizione genica Cinese che favorisce l’ingresso del virus nelle cellule, speravamo che in Europa l’eventuale impatto sarebbe stato più gestibile. Ci sbagliavamo, perché da noi la popolazione è mediamente più vecchia e malata. Ma per quanto riguarda lo studio genetico, si è scoperto che esiste un difetto di funzionamento del Sistema Immunitario per quanto riguarda la produzione di Interferon 1 nel 3,5% dei casi, ma ancora più spesso o per lo sviluppo di auto anticorpi anti Interferon 1, che costituiscono la maggior parte dei casi riscontrati di quel 15% dei soggetti a rischio di grave forma di COVID-19, anche se giovani e senza comorbilità. Questo aspetto non si ditribuisce in base all’etnia, ma riguarda trasversalmente ogni popolazione presa in esame. Altri studi preliminari hanno osservato che gli anticorpi anti A del gruppo sanguigno del tipo 0, risuterebbero essere protettivi nei confronti dell’infezione da SARS-COV-2.

La ricerca scientifica sta testando farmaci e strategie terapeutiche efficaci per contrastare il virus. Da subito si è andati alla ricerca di un vaccino, cercando di accelerare al massimo i tempi della sua realizzazione e produzione di massa. Per questo sono partite ricerche in tutto il mondo che hanno attivato studi di fase 1 (laboratorio), fase 2 (animali) e fase 3 (volontari umani) in contemporanea. Studi che per questo motivo, se si seguono le tempistiche fino ad ora utilizzate, necessiterebbero anni, prima di poter verificare la sicurezza e l’efficacia del vaccino. Quest’accelerazione ha consentito l’arrivo dei primi vaccini in Europa e a dicembre nel Regno Unito, il primo ad essere stato somministrato è stato il vaccino anti-Covid PFIZER-BIONTECH (Bnt162b). Il secondo arrivo MODERNA (mRna1273). Le due soluzioni vaccinali funzionano allo stesso modo. Il vaccino contiene le informazioni genetiche, sotto forma di RNA messaggero, affinché i ribosomi delle nostre cellule possano produrre la proteina “spike” del coronavirus Sars-Cov-2.  La proteina “spike”, che coincide con quella attraverso cui il virus si aggancia alle cellule bersaglio, una volta in circolo stimola una risposta immunitaria, portando il corpo a generare anticorpi neutralizzanti e attivare cellule T, proprio come se fossimo stati attaccati dal vero virus. Il terso vaccino disponibile è ASTRA-ZENECA/OXFORD. Si tratta di un vaccino che utilizza un vettore di scimpanzé con deficit di replicazione basato su una versione indebolita di un comune virus del raffreddore (adenovirus), che contiene il materiale genetico della proteina spike di SARS-COV-2. Dopo la vaccinazione, viene prodotta la proteina superficiale, che attiva il sistema immunitario affinché attacchi il coronavirus in caso di contagio. Il vettore adenovirus ricombinante (ChAdOx1) è stato scelto per generare una forte risposta immunitaria già da una singola dose e non è replicante e non può quindi, in nessun caso, causare infezione nell’individuo vaccinato. la seconda dose si ripete dopo 3 mesi. Il vaccino Russo (Sputnik) è risultato ancora più efficacie dell’Astra-Zeneca, perchè il richiamo introduce una variante del virus inoculato, che non induce evntuali resitenze anticorpali prodotte dal soggetto contro lo stesso vaccino alla seconda dose. Questo renderebbe il vaccino Sputinik con un elevato livello di efficacia (più del 90%), contro il 60% dell’Astra Zeneca, che per questo motivo sta apportando degli aggiornamenti simili allo Sputnik. I nuovi dati raccolti su Astra Zeneca hanno rivalutato il livelli di efficacia comunque più alti di quelli stimati inizialmente pari a oltre 80-90%.

Vaccini anti Sars-Cov-2 su cui si punta molto, ma che potrebbero dare immunità per un periodo troppo breve, per le caratteristiche che posseggono questi tipi di virus a RNA. un dato sconcertante è che fino a poco tempo fa, si riteneva che un numero discreto di persone con COVID-19, non sviluppassero immunità permanente in quanto in pochi mesi tendevano a negativizzare gli anticorpi IgG di memoria. Recenti ricerche avrebbero smentito queste ipotesi, in quanto hanno dimostrato che i linfociti B che producono gli anticorpi, restano attivi anche dopo l’infezione e subito pronti a produrre nuovi anticorpi in caso di contagio con un nuovo ceppo virale. Inoltre l’immunità così detta cellulare dei linfociti T sono altrettanto in grado di produrre un efficace immunità naturale anche contro le sempre più numerose varianti del virus (inglese, sudafricana, brasiliana).

Altri rischi temuti dai produttori di vaccino, è il verificarsi della comparsa di eventi tipo di paradosso, fenomeno noto come ADE (Antibody-Dependent Enhancement) ossia potenziamento anticorpo dipendente o meglio potenziamento immunitario/infiammatorio che provoca una manifestazione clinica molto grave della malattia. Si tratta di una sorta di “cavallo di Troia” che permette al virus di introdursi nelle cellule del Sistema Immunitario (macrofagi), che riconoscendo la presenza di anticorpi (non neutralizzanti) legati alle cellule infettate dal virus le fagocitano comunque. In tal modo il virus ancora vivo, trova spazio al loro interno, si replica e le uccide. Alla morte dei macrofagi si liberano citochine che sono molecole biologiche che fungono da potenti attivatori dell’infiammazione. L’effetto ADE innesca la così detta “tempesta citochinica” responsabile delle forme gravi di polmonite interstiziale e della Coagulazione Intravascolare Disseminata (DIC) in corso di gravi manifestazione di COVID-19.

Ad oggi sembrerebbe che i produttori di questi tre vaccini abbiamo osservato immunizzazioni in grado di far generare anticorpi neutralizzanti nei confronti del virus SARS-COV-2, e delle più recenti variabili osservate. La questione sembrerebbe per ora risolta, ma si potrebbe ripresentare. Infatti non si può escludere la possibilità che fra un anno il virus muti, in modo da non consentire più un livello di neutralizzazione anticorpale efficace e rischiare di innescare l’effetto ADE nei soggetti vaccinati che si contagiassero nuovamente con nuovo SARS-COV-2 modificato, come avviene in realtà ogni anno per l’influenza stagionale. In questo caso sarà necessaria una tempestiva produzione di nuovi vaccini modificati, ossia aggiornati alle caratteristiche del nuovo Virus mutato. Vaccini da somministrare con grande rapidità in tutti i soggetti precedentemente vaccinati. in caso contrario il rischio del temuto effetto ADE, potrebbe teoricamente rendere in nuovi casi di malattia estremamente rapidi e letali anche e proprio nei soggetti precedentemente vaccinati.

Per quanto riguarda l’aspetto clinico della gestione medica del COVID-19, si è scoperto tardivamente, attraverso le autopsie, non eseguite all’inizio dell’epidemia, per timore della contagiosità del virus, che molte cause di decesso attribuite a COVID-19, erano dovute non solo a polmonite interstiziale ma a meccanismi trombo embolici dei vasi polmonari (DIC). Iper-coagulazione disseminata innescata dalla intensa reazione infiammatoria (tempesta citochinica) prodotta dall’organismo, quando aggredito violentemente dal virus. A questo scopo ora si stanno usando in certe fasi della manifestazione della malattia, anticoagulanti (eparina) e anti-infiammatori (desametasone) per frenare l’eccessiva reazione infiammatoria. Tra tutte le terapie fino ad ora somministrate, uno dei trattamenti che ha dimostrato inizialmente ottima efficacia e specificità, consiste nell’infusione di plasma di pazienti guariti da corona virus, contenenti alcuni tipi di anticorpi, definiti neutralizzanti, in grado di bloccare rapidamente la replicazione virale. Uno studio pubblicato a novembre avrebbe purtroppo registrato una scarsa risposta a questo genere di infusioni rispetto al gruppo controllo oggetto di studio. Questa ricerca è in contrasto con le molte osservazioni positive raccolte da vari centri clinici nazionali che lo hanno utilizzato. Anche in Italia si stanno studiando gli effetti degli Anticorpi Monoclonali (sintetizzati in laboratorio), che riproducono fedelmente gli anticorpi risultati potenti neutralizzatori del nuovo coronavirus, estratti dal plasma di soggetti malati che sono guariti e che risultano essere efficacemente immunizzati. Gli Anticorpi Monoclonali anti SARS-COV-2 sono dunque sia una terapia per soggetti infettati da virus asintomatici, così come in pazienti con COVID-19 conclamato in corso, ma agiscono anche come profilassi in alternativa alla vaccinazione per non ammalarsi. Infatti analogamente ad un vaccino, ma più velocemente di un vaccino, generano una copertura di 6 mesi dal giorno dopo la somministrazione dell’anticorpo, che ti rende protetto dal virus ma anche non contagioso nei confronti di altre persone. Al contrario per il vaccino ci vuole mediamente un mese di tempo per attivare l’immunità e non esiste certezza di non infettare altri anche se sei stato vaccinato.

Tra le altre cause che rendono l’ospite che si infetta con nuovo Corona Virus particolarmente suscettibile ad una reazione violenta che conduce a forma grave di malattia, vi è una temporanea depressione immunitaria in soggetti già affetti da una o più malattie croniche in corso (comorbilità) e/o esposti ad elevata carica virale, ossia dalla quantità di materiale infetto con cui si è venuti in contatto, così come dalla velocità di replicazione del virus nelle cellule infettate a seguito del contagio. Nelle forme più aggressive dell’infezione, la dis-reattività della risposta infiammatoria è la vera responsabile della forma grave di polmonite di tipo interstiziale e/o microembolica vascolare (DIC), così come già spigato in precedenza, lo è altrettanto il potenziale, quanto imprevedibile, effetto amplificante immunitario ADE, quando innescato dalla presenza concomitante di altri virus ad RNA simili al virus SARS-COV-2 che hanno indotto una reazione anticorpale che si lega al virus, senza essere in grado di neutralizzarlo.

Sul piano economico e sociale, il Lock Down deciso dal Governo alla prima ondata di marzo-aprile 2020, bloccando l’attività lavorativa di quasi tutti i settori produttivi, commerciali, artigianali e professionali, per un lungo periodo di tempo, e più limitata ma altrettanto grave, durante la seconda ondata autunnale, ha innescato la più importante crisi economica dal dopo guerra ad oggi, in un contesto di crisi globale. Infatti la maggior parte delle altre nazioni d’Europa e del mondo, hanno adottato misure di Lock Down simili alle nostre. Questa condizione drammatica, insieme alla paura del contagio virale, sempre più diffusa nella percezione collettiva della gente, il prolungato isolamento sociale di molti anziani, che hanno dovuto cambiare le loro abitudini, stanno giocando un peso rilevante per la salute pubblica generale. L’impatto emotivo che la situazione ha prodotto sulla popolazione, ha determinando una condizione sfavorevole per l’equilibrio del Sistema Immunitario di tutti quei soggetti emotivamente più impressionabili o maggiormente coinvolti dalla situazione di incertezza economica che si delinea per il futuro. La ricerca scientifica ha più volte dimostrato che condizioni prolungate di paura/allarme/ansia/angoscia, abbassamento del tono dell’umore, disturbi del sonno, provocano disfunzioni nella regolazione del Sistema Neurovegetativo, con conseguenze negative sulla risposta infiammatoria ed immunitaria. A conferma del grave disagio psico-sociale che ha colpito oltre il 50% della popolazione, si è registrato un netto incremento dell’assunzione di psicofarmaci di tipo ansiolitico e antidepressivo. Un altro elemento sfavorevole che ha avvantaggiato la virulenza del COVID-19, deriva da una eccessiva sedentarietà, a seguito dell’ordinanze che hanno obbligato la popolazione a non muoversi dalla propria abitazione per periodi prolungati. Comportamento purtroppo spesso associato ad un abuso compulsivo di dieta a base di carboidrati, come si è evidenziato dal consumo di farina, lieviti, pasta e riso. Tipo di alimentazione che nella fascia di età più a rischio (over 65), conduce alla sindrome metabolica (iperglicemia, dislipidemia e ipertensione), fattore di rischio di infiammazione cronica silente, elemento critico in caso di infezione da SARS COV 2. Inoltre si stima che il comportamento sedentario, per le conseguenze sopra descritte, provoca da solo in modo diretto ed indiretto, al mondo fino a19.000 decessi al giorno.

In futuro la Storia dovrà giudicare se di fronte a questa pandemia, la scelta fatta dalla maggioranza degli stati Sovrani Moderni nell’adottare misure tanto restrittive della libertà personale dei cittadini, con conseguenze drammatiche sull’economia di quasi tutti i popoli, sia stata la scelta migliore per preservare il bene comune, o forse solo la più opportuna, per nascondere le evidenti inefficienze sanitarie ed organizzative di molte nazioni moderne, che si sono dimostrate impreparate a gestire una epidemia virale verosimilmente più virulenta di 6/7 volte rispetto alla comune influenza stagionale, se questo tasso di letalità verrà confermato dagli studi epidemiologici retrospettivi.

 

http://www.radiorosbrera.com/2020/02/27/con-il-dottor-giulio-pellegata-parliamo-anche-di-coronavirus-difese-immunitarie-e-dellimportanza-dei-numeri/

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