Premessa

L’intervista è avvenuta il 27 febbraio 2020.

Attualmente (24-09-2022) siamo usciti da oltre 2 anni (4 maggio 2020) dalla fine dello stato di emergenza sanitaria dichiarata dal Governo a seguito della prima ondata epidemica di Sars-Cov-2 (fase 1). Gli accadimenti accaduti a febbraio 2020, hanno richiesto un totale blocco della maggior parte delle attività lavorative e costretto la popolazione a rinchiudersi nelle proprie abitazioni per oltre 50 giorni, a partire dai primi giorni del mese di marzo 2020. Una seconda ondata, quando si sperava, da parte di qualche gruppo di ricercatori scientifici, che tutto fosse stato superato, si è ripresentata a metà ottobre 2020. Il rapido aumento di contagi, in alcune regioni definite zone rosse e nelle grandi città come Milano, Torino, Napoli, Roma, ha gravemente impegnato i posti letto di medicina dedicati al COVID, con progressiva occupazione delle Terapie Intensive. Dal 6 novembre 2020 fino al 6 gennaio 2021, si è attivata una nuova limitazione della libera circolazione dei cittadini e di molte attività commerciali, diversificate per regioni, in base a determinati parametri di diffusione del contagio in relazione alla capacità di gestione sanitaria. La situazione si è prorogata con specifiche regionali e comunali fino al 26 aprile 2021, in quanto si è affrontata una terza ondata di picco epidemico, o forse solo la coda della precedente, contemporaneamente al ritardo del piano vaccinale e/0 alla più rapida diffusione delle varianti virali maggiormente contagiose. Sono proseguite fino a quella data, limitazioni degli spostamenti tra regioni e chiusura gli impianti dedicati agli sport invernali. A partire dall’inizio di giugno 2021, l’Italia è tornata libera nei movimenti inter-regionali ed in quasi tutte le attività commerciali e sportive. Dal 28 giugno è stata dichiarata a minimo rischio in tutte le regioni (zona bianca), suggerendo opportuni comportamenti per prevenire il contagio. La cosidetta quarta ondata si è largamente manifestata nel periodo compreso tra metà dicembre 2021 e metà gennaio 2022, senza produrre saturazione delle ospedalizzazioni, ma con un incremento discreto dei ricoveri nei reparti ordinari ed un impegno del 25% delle Terapie Intensive per i casi Covid. A partire dal 15 ottobre 2021, il Governo ha scelto di contenere il rischio del contagio epidemico della prevista quarta ondata, che ha preceduto di oltre 1 mese quasi tutta Europa e paesi balcanici, decidendo di ampliare il “lascia passare” (Green-Pass) ad ogni categoria del lavoro pubblico e privato. Green-Pass precedentemente riservato esclusivamente nei luoghi di ritrovo sociale al chiuso o per grandi manifestazioni (stadio, concerti etc) considerate a rischio. Per ottenere questo “lascia passare”, i cittadini devono essere vaccinati o guariti da Covid-19 o devono esegurie un tampone che gli offre il Green Pass per un tempo di 48/72 ore (test antigenico o molecolare). Dal 6 dicembre 2021, si decide per un Green Pass ancora più restrittivo (Rinforzato), che escluda il tampone per ottenerlo, salvo particolari situazioni lavorative o di attività sociali all’aperto o al chiuso, in relazione ai colori delle regioni, in cui è ancora valido un Green Pass Base (tampone negativo). Dal 1 febbraio 2022 diviene invece obbligatorio avere il Green Pass Rinforzato anche per accedere agli uffici pubblici, le banche e tutti i centri commerciali, tabaccherie comprese, ad esclusione dei generi di prima necessità. Per quanto riguarda l’avvenuta guarigione da Covid, o da documentata positività al contagio virale, anche in assenza di sintomi, come avviene ed è avvenuto nel 70/80% dei casi di chi si infetta con Sars-Cov-2, le Autorità Sanitarie decidono di non considerare la positività per il riscontro sierologico di Anticorpi Neutralizzanti anti proteina Spike del virus Sars-Cov-2, come dimostrazione di avvenuto contagio. Si nega in questo modo a milioni di persone di dimostrare la propria avvenuta immunità naturale, considerata, dai dati prodotti in letteratura scientifica, significativamente superiore rispetto all’immunità vaccinale, soprattutto trascorsi 6 mesi dalla seconda dose. Infatti in base ad un ampio studio emidemiologico condotto in Israele, pubblicato in agosto 2021, si dimostra che l’immunità naturale è 6/13 volte più protettiva dell’immunità vaccinale, in relazione al rischio di nuova infezione da variante Delta del Sars-Cov-2. Pertanto tra coloro che non hanno ottenuto il Green-Pass, in quanto vaccinati o guariti da Covid (con certificazione del tampone), non viene considerato che una percentuale rilevante di soggetti, hanno fatto la scelta di non vaccinarsi, in quanto i loro test sierologici dimostrano che sono stati in contatto con il virus e pertanto godono di un’ottima immunità naturale. L’ampia diffusione del virus è stata recentemente documentata (aprile 2022) da uno studio pubblicato dall’Istituto Mario Negri che ha misurato la “presenza del virus” nelle acque reflue milanesi, constatando essere identico nell’inverno 2021 rispetto al 2022, a dimostrazione di un enorme sottostima della circolazione del virus tra la popolazione, ancora durante la quarta ondata epidemica. La decisione del CTS di non considerare la positività anticorpale come prova di pregresso contagio, ha imposto una restrizione legale alla libera circolazione di tutti i soggetti guariti da Covid o asintomatici positivi (sono milioni), muniti del solo dato sierologico anticorpale, non avendo diritto al Green Pass. Inoltre se obbligati a vaccinarsi, si devono sottoporrre alla somministrazione di 2 dosi di vaccino anzinchè una singola, come previsto dalle linee guida. Per la popplazione che ha scelto di non vaccinarsi, sapendo di aver avuto contatto con il virus, c’è da chiedersi se questi soggetti hanno sviluppato una opposizione ideologica al vaccino (No-Vax), oppure sia una decisione delle autorità Sanitarie che hanno scelto, perchè probabilmente più semplice, di ignorare l’esistenza di questa categoria di cittadini naturalmente immunizzati, che oggi sapppiamo, dai dati pubblicati, essere più protetti dal contagio e dalla eventuale forma grave di malattia Covid, rispetto ai vaccinati che hanno ottenuto il Green Pass, trascorsi 4 mesi dalla vaccinazione. Decisione, quella di non vaccinarsi, per questi soggetti già naturalmente immunizzati, che si potrebbe considerare anche una scelta lecita, di cautela precauzionale, nei confronti di potenziali effetti avversi da vaccino (rapporto rischio/beneficio). Rischio del vaccino, per ora ritenuto molto basso, ma presente, come dichiarato nel consenso informato da sottoscrivere nell’atto vaccinale. Consenso informato che solleva le Autorità Sanitarie e le case farmaceutiche che li producono, da ogni responsabilità legale, in caso di imprevisti effetti collaterali, acuti o a medio/lungo termine. Questa lecita discrezionalità decisionale, dovrebbe essere considerata in quella fascia di età compresa tra 12 e 40 anni, se consideriamo soggetti in buona salute, già naturalmente immunizzati, più protetti degli individui solo vaccinati. Questi soggetti eviterebbero l’eventuale teorico, ma descritto, effetto di potenziamento di malattia (ADE), in caso di nuovo contagio con variante Sars-Cov-2, debolmente neutralizzata dagli anticorpi vaccinali “vecchi”, ossia del Sars-Cov-2 che circolava nel 2019. Effetto ADE  meglio gestita da individui con immunità naturale dotata di uno spettro anticorpale completo, in quanto non solo mirato alla proteina spike, e quindi con una potenzialità di difesa immunitaria più ampia ed efficace. Situazione avversa ADE, che i soggetti non vaccinati e non ancora immunizzati, non corrono, in quanto, privi di anticorpi di memoria, non possono generare effetto ADE. Questo ipotetico futuro scenario, è stato sicuramente  valutato dalla comunità scientifica in relazione alla opportunità di vaccinare soggetti di giovane età o più maturi, che si trovino in uno stato di buona salute. Questa fetta di popolazione si può definire a bassissimo rischio di forma grave e/o mortalità per COVID-19, anche se si ritiene esserci  un rischio più alto, rispetto ai vaccinati, di sviluppare Sindrome Long- Covid per infezione con Sars-Cov-2. Sindrome che non dipende dal virus che per provocare la Sindrome dovrebbe resterebbe restare latente e attivo, ma dai dati fini ad ora prodotti in letteratura,  dipenderebbe dalla sensibilità dell’ospite, Infatti un forte stress biologico (aggressione virale), in alcuni soggetti anche giovani, ma con qualche debolezza immunitaria subclinica, mostrano difficoltà a recuperare il giusto assetto neuro infiammatorio ed immunitario, lamentando la sintomatologia resisua alla infezione. Per quanto riguarda l’effetto ADE ufficialmente registrati risultano essere molto pochi, ma le varianti che si svilupperanno per vaccino tolleranza, potrebbero aumentare la probabilità di fenomeni avversi da potenziamento di malattia (ADE), continuando il virus a circolare e inevitabilmente a mutare. Anche se i nuovi vaccini a mRna si possono aggiornare in pochi giorni, nel momento in cui comparisse una variante che “bucasse” i vaccini di oggi, non sarà così semplice vaccinare di nuovo tutta la popolazione in tempi ragionevolmente brevi. Quando a novembre 2021 venne data notizia della comparsa della variante virale sud africana “omicron”, si capì che poteva essere la prima di numerose molte nuove varianti ad altissima capacità infettante. Queste proiezioni, per ora, sono solo teoriche, in quanto non esistono studi preclinici, forniti dalle case farmaceutiche, sull’incidenza di questi fenomeni avversi (ADE), eseguiti prima dell’inizio delle campagne di vaccinazione. Occorre sperare che la comunità scientifica mondiale più accreditata, abbia scommesso correttamente sulla vaccinazione di massa, definita unica strada per uscire dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica globale. Inoltre, dovesse realizzarsi questo scenario (ADE), dovremmo immaginare la necessità di in un tempestivo intervento della medicina territoriale e di urgenza, per contrastare rapidamente questo nuovo aspetto inquietante della pandemia. Nuove future ondate di circolazione del virus, il cui impatto potrebbe risultare più drammatico, per netto incremento dei casi gravi di malattia e di letalità da Covid-19 a causa di fenomeno ADE, questa volta nei soggetti sani e più giovani, precedentemente vaccinati. Situazione critica di malattia Covid-19, che fino ad oggi si è invece manifestata a causa della debolezza dell’ospite, quasi esclusivamente, nei soggetti anziani, affetti da più malattie concomitanti (comorbilità). D’altro canto, alcuni studi scientifici hanno osservato che individui precedentemente infettati ed in seguito vaccinati, acquisiscono una “super-immunità” che rende le cellule B capaci di produrre un ampia gamma di anticorpi in grado di neutralizzare moltissime configurazioni di varianti artificialmente prodotti in laboratorio. Questa “immunità ibrida” potrebbe valere anche per i vaccinati che si infettassero nuovamente con varianti di virus circolante. Se cosi fosse, e per ora non vi sono ancora studi che confermino questa ipotesi, si manifesterebbe una nuova situazione vantaggiosa per i singoli e per la collettività, che potrebbe rappresentare un superamento del rischio ADE, effetto avverso molto temuto e caratteristico per questi tipi di virus a mRna a singola catena, di cui fa parte anche il Sars-Cov-2. Le Autorità scientifico sanitarie hanno comunque puntato sui vaccini per contenere la quarta ondata  e attuale quinta ondata estiva”omicron”, allo scopo di gestire  il numero di casi gravi di Covid e quindi di ospedalizzazione e letalità dei soggetti fragili o geneticamente  predisposti. I dati di ricovero e letalità fino ad ora acquisiti, confermano che i vaccini anti Covid 19, quindi del virus Sars-Cov-2 di quasi 3 anni fa, si domostrano ancora efficaci per attenuare la gravità del Covid in soggetti fragili o geneticamente suscettibili all’infezione. Difficile comunque sapere quanto ha inciso l’ampia diffusione del virus non intercettata (assenza di tamponi o tamponi non ufficiali o positività agli anticorpi) anche tra i vaccinati, nel ridurre l’incidenza di sintomaticità e della gravità della malattia. Alcune proiezioni avevano infatti già previsto che entro la fine di marzo 2022, la variante Omicron avrebbe potuto aver già contagiato il 50% della popolazione europea. Questo dato sembra confermato per le nuove varianti sottotipizzate XE e XJ ed altre ancora come l’ultima variante omicron BA 4 e 5 e la più recente BA 2.75 ancora poco diffusa, più contagiose e rapide nel diffondersi e quindi responsabili dell’attuale quinta ondata, verificatasi inspettatamente in estate, con incremento di contagi ad inizio giugno 2022 e picco previsto a metà del mese di luglio ed in attenuazione nell’attuale mese di agosto. Adeguandosi alle direttive degli altri paesi Europei, l’Italia  dal 1 maggio 2022, ha interrotto lo stato di Emergenza Nazionale che aveva imposto  misure strordinarie in merito alla pandemia. Infatti già ad inizio marzo, le nuove varianti omicron (2 e 3) provocavano una rapida risalita di contagi, che perfortuna non si sono tradotti in un aumento dei ricoveri ordinari e delle terapie Intensive. Alla luce di questi dati, il governo ha ritenuto opportuno sospendere defintivamente l’uso del Green Pass e di consente il lavoro con Green Pass base (tampone) a tutti i lavoratori, anche over 50. Resta l’obbligatorietà della vaccinazione (iniziata il 15 febbraio 2022) per questa fetta di popolazione over 50 e per tutte le categorie a cui era stata già resa obbligatoria la vaccinazione anti covid-19 (medici, personale sanitario, insegnanti e forze dell’ordine), fino al 15 giugno. Per tutto l’anno 2022, prosegue l’obbligo per il personale sanitario in servizio ospedaliero e da parte dei parenti, per accedere alle visite da parte dei degenti in ospedale o nelle RSA.

 

Per quanto riguarda la sensibilità genetica all’infezione da SARS-COV-2, gli attuali studi hanno stimato una rilevanza della predisposizione genetica che impatta per il 15/20% dei casi gravi di COVID-19, specie nei soggetti giovani che molto di rado sviluppano la forma grave. Era già noto che il genotipo HLA-B27, sottotipo 0.4, presente nel 69% della popolazione della Cina meridionale, ed inferiore al 1% in Europa, avrebbe potuto giocare un ruolo di predisposizione genica della gravità dei casi di COVID-19 osservati a Wuhan, dove si è sviluppato il primo focolaio epidemico. Forti di questa differenza di predisposizione genetica presente in Cina, che favorirebbe l’ingresso del virus nelle cellule, speravamo che in Europa l’eventuale impatto sarebbe stato più gestibile. Ci sbagliavamo, perché da noi la popolazione è mediamente più vecchia e malata. Ma per quanto riguarda lo studio genetico, si è scoperto che esiste un difetto di funzionamento del Sistema Immunitario che riguarda la produzione di Interferon 1 nel 3,5% dei casi, ma ancora più spesso la produzione di auto anticorpi anti Interferon 1, a completare il 15% dei soggetti a rischio che, anche se giovani e senza comorbilità, sviluppano la forma grave di COVID-19. Questo accade perché non vengono prodotte le molecole-sensore che attivano i recettori delle cellule immunitarie chiamati Tlr, che hanno il compito di avvertire del pericolo.  Nel sistema immunitario di chi contrae la forma grave di Covid-19, non si attiva alcun sistema di allarme, ed il virus ha la strada completamente libera per aggredire sistemicamente l’organismo. La predisposizione genica non si distribuisce in base all’etnia e riguarda trasversalmente ogni popolazione presa in esame. Copisce di più i maschi delle femmine. Altri studi preliminari hanno anche osservato che gli anticorpi anti A del gruppo sanguigno del tipo 0, risulterebbero essere protettivi nei confronti dell’infezione da SARS-COV-2. Più recentemente (2022), si è confermato il ruolo fondamentale della Immunità Innata per opera di una proteina chiamata MBT (Mannose Binding Lectin) in grado di legarsi alla proteina spike del virus, analogamente ad un anticorpo. Questa molecola endogena riesce a neutralizzare tutte le varianti del virus fino ad ora studiate. Il deficit genetico della produzione di MBT, sarebbe responsabile della maggiore virulenza e letalità dell’infezione che genera Covid-19.

 

Approfondimento

L’epidemia da SARS-COV-2 determina la patologia denominata COVID-19 (Corona Virus Desease-2019). L’epidemia ha avuto in fase iniziale una crescita molto rapida, con esponenziali nuovi casi di contagio, malattia e decessi. Nell’arco di 50 giorni, a seguito del Lock Down, si è verificato un rallentamento riconducibile ad un picco o plateau raggiunto e superato. In Lombardia i focolai di contagio si diffondono nelle comunità territoriali legate al mondo agricolo e all’attività commerciale degli allevamenti intensivi di animali. Molto probabilmente i primi contagiati sono presenti già a settembre 2019. Contagi forse avvenuti attraverso i contatti commerciali con la Germania. La città di Milano e provincia, appena sfiorata durante la prima ondata, diviene epicentro nella seconda ondata. Nella sola Lombardia, il tasso di letalità rilevato fu stimato oltre il 10%. Durante la prima ondata si testano solo pazienti con segni evidenti di malattia. Il Tasso di Letalità viene ricavato in base al rapporto tra il numero dei decessi, diviso il numero dei contagiati risultati positivi ai test. Fu molto probabile che fin dall’inizio il numero dei contagiati fosse stato almeno 10/15 volte superiore. Ad oggi, dall’inizio della pandemia, il numero di decessi registrati in Italia sta raggiungendo la quota 160.000. Secondo il rapporto del ISS, stilato in 0ttobre 2021, valutando il numero di 130.468 decessi registrati fino a quel periodo come COVID, solo 3783 casi, erano da imputare a morti avvenute direttamente a causa dell’infezione Sars-Cov-2. Come si è più volte detto, sono stati prevalentemente colpiti  soggetti a rischio per comorbilità che sono deceduti a causa di avvenute complicanze fatali. Questo dato rappresenta la punta dell’iceberg di una grande diffusione dell’infezione che già nell’autunno 2021,  con oltre 4 milioni di persone risultate positive al virus attraverso il tampone, poteva essere anche tre o quattro volte di più, ossia circa 12/16, forse 20 milioni di persone che si precedentemente infettate. Ad oggi, con la diffusione della variante omicron altamente infettiva, i dati ufficiali stimano che 1 italiano su 6 si è infettato in questa ultima ondata tra la fine del 2021 ed l’inizio del 2022. Applicando lo stesso ragionamento fatto sopra, è probabile che la mancata intercettazione con i tamponi dei casi positivi, oltre la metà della popolazioni Italiana ha avuto un contatto con il virus. Se così fosse il tasso di letalità oggettivo del COVID-19,  che si stimava inizialmente essere compreso tra 0,6% e 0,7%, ossia 6 /7 volte più letale della comune influenza stagionale che raggiunge lo 0.1%, sarebbe lo 0.5%.  Questa percentuale stimata si calcola in base al rapporto che si ottiene ponendo al numeratore 150.000 decessi diviso 30.000.000 di versoimili persone contagiate, in oltre 2 anni di pandemia.

La pericolosità di questa nuova infezione virale, rispetto al virus influenzale o ad altri parainfluenzali, si è distinta per tre principali caratteristiche di cui la prima è probabile, la seconda, specie per le nuove varianti del virus è verosimile, la terza è una comprovata evidenza clinica ed anatomopatologica.

  1. Molti individui contagiati (sino al 95%) possono essere asintomatici o avere pochi sintomi (paucisintomatici), divenendo dei possibili diffusori “invisibili”-
  2. Vi sono dei dati che comproverebbero che virus SARS-COV 2, rispetto ad altri ceppi virali parainfluenzali conosciuti, abbia una maggiore capacità di diffondersi e quindi di essere contagiante. Vi sono degli studi che hanno osservato una maggiore resistenza del virus nei materiali biologici al di fuori del corpo.  I virus resisterebbero fino a 21 giorni nei residui di tessuti cellulari biologici, a temperature inferiori a 21 gradi C, rispetto ad altri ceppi virali, come per esempio nel caso del virus influenzale che resite al massimo fiono a 17 giorni. Questo dato sembra essere ancora più importante per le più recenti variabili come quella definita Inglese, Brasiliana e Sud Africana, in cui le variazioni acquisite del virus lo renderebbero più contagioso. Anche la variante Delta si è dimostrata èiù veloce nella sua diffusione. La rcentissima variante Omicron, segnalata a novembre 2021, di origine sud africana, rappresenta l’elevata capacità di questo tipo di virus di adattarsi all’ospite e diventare sempre più infettivo con una capacità infettante analoga al virus del morbillo. Fortunatamente Omicron risulta meno virulento delle precedenti varianti.
  3. In caso di infezione aggressiva da SARS-COV-2  è invece accertato che sono frequenti le manifestazioni di polmonite diffusa di tipo interstiziale associata a fenomeni micro-trombo-embolici, con coinvolgimento anche a livello sistemico (DIC: Coagulazione Intravasale Disseminata). Questo quadro determina numerosi casi di insufficienza respiratoria acuta ma anche cardiomiopatie, ictus cerebrali, danni epatici, renali. Tutte situazioni emergenziali che necessitano di ricovero in reparti di Terapia Intensiva. Quest’ultimo aspetto, legato alla coagulazione intravascolare disseminata (DIC) dei vasi sanguigni in sede polmonare o in altri distretti coinvolti dall’infiammazione massiva, hanno comportato un aumento del tasso di letalità durante il primo periodo epidemico, in cui vi era il divieto di eseguire autopsie per timore del contagio virale.

Questi dati, in particolare il punto 1 e 3, hanno fatto probabilmente la differenza nelle aree più colpite dal picco epidemico, per difficoltà nella gestione dei ricoveri in terapia intensiva. Situazione che si è evidenziata drammatica in certe aree della Lombardia, dove si sono raggiunti livelli critici di emergenza sanitaria che hanno determinato oltre il 50% dei decessi e della gravità della diffusione dell’epidemia in Italia e che ancora oggi pesa il 2o% su tutto il territorio Nazionale. Situazione critica che durante la prima ondata, ha risparmiato la città metropolitana di Milano (1 milione e trecentomila persone). A giugno 2020 a Milano si contavano meno di 10.000 casi totali risultati positivi al tampone. Per quanto riguarda il resto dell’Italia, c’era il ragionevole timore di un eventuale picco successivo di contagio, nelle aree del Paese più fragili da un punto di vista delle strutture sanitare e con un alta densità di popolazione. Si è confidato nel fatto che in fase 1 si è agito tempestivamente nel mettere in atto le misure di mitigazione del contagio in tutta Italia.

I dati raccolti al termine del primo picco epidemico hanno dimostrato che i pazienti che hanno avuto necessità di Terapia Intensiva sono stati quasi zero sotto i 55 anni, lo 0.7% dai 55 ai 65 anni, e tra il 3% ed il 5% tra i 70 e 95 anni. Alla fine di questi 20 mesi di pandemia in Italia i tassi di letalità dovuti a Covid-19, hanno raggiunto il 27% nei pazienti over 80, 11% over 70 e 4% oltre i 60 anni. Questi dati sono riferiti al 3-5% di soggetti infettati che hanno sviluppato la forma grave di Covid-19.  Come sempre sono state le condizioni di salute iniziali del soggetto a creare la gravità e l’esito della malattia da Sars-Cov-2.

La comunità scientifica internazionale di infettivologia è arrivata alla conclusione che in molti soggetti l’infezione da SARS-COV-2 si stia comportando come una infezione opportunistica. Milioni di persone  oggi soffrono di sindrome “Long Covid”. Si tratterebbe di un quadro di cronicizzazione dell’infezione. Anche se nel 90% dei casi il contagio virale non conduce allo sviluppo di malattia (COVID-19),  si è osservato che  soggetti che hano avuto sintomi leggeri, possono non riuscire a guarire del tutto dalla infezione. ll Sistema Nervoso ed il Sistema Vascolare (vasculiti disseminate) sembrano i più colpiti dalla così detta Sindrome Post Covid. La sintomatologia che caratterizza la Sindrome si manifesta con stanchezza cronica, disturbi della memoria e dell’attenzione, depressione, cefalea, crisi vegetative di vario tipo, dermatiti. In tutto il mondo si sono attivati progetti di ricerca per trovare soluzioni terapeutiche in grado di gestire questa situazione che si sta diffondendo in un’ampia fetta della popolazione colpita dal virus, la cui dimensione è ancora da definire. In particolare sembra proprio che la proteina Spike, componete fondamentale del virus necessaria per infettare le cellule, sia responsabile di una vasculite disseminata. Questo effetto purtoppo si è osservato anche quando la proteina spike viene direttamente inoculata in un organismo vivente (cavie) con un vettore inerte non virale.

La ricerca scientifica sta testando farmaci e strategie terapeutiche efficaci per contrastare il virus. Da subito si è andati alla ricerca di un vaccino, cercando di accelerare al massimo i tempi della sua realizzazione e produzione di massa. Per questo sono partite ricerche in tutto il mondo che hanno attivato studi di fase 1 (laboratorio), fase 2 (animali) e fase 3 (volontari umani) in contemporanea. Studi che per questo motivo, se si seguono le tempistiche fino ad ora utilizzate, necessiterebbero anni, prima di poter verificare la sicurezza e l’efficacia del vaccino. Quest’accelerazione ha consentito l’arrivo dei primi vaccini in Europa e a dicembre 2020 nel Regno Unito. Il primo ad essere stato somministrato è stato il vaccino anti-Covid PFIZER-BIONTECH (Bnt162b). Il secondo arrivo MODERNA (mRna1273). Le due soluzioni vaccinali funzionano allo stesso modo. Il vaccino contiene le informazioni genetiche, sotto forma di RNA messaggero, affinché i ribosomi delle nostre cellule possano produrre la proteina “spike” del coronavirus Sars-Cov-2.  La proteina “spike”, che coincide con quella attraverso cui il virus si aggancia alle cellule bersaglio, una volta in circolo stimola una risposta immunitaria, portando il corpo a generare anticorpi neutralizzanti e attivare cellule T, proprio come se fossimo stati attaccati dal vero virus. Il terzo vaccino disponibile è ASTRA-ZENECA/OXFORD rinominato Vaxzevria. Si tratta di un vaccino che utilizza un vettore di scimpanzé con deficit di replicazione basato su una versione indebolita di un comune virus del raffreddore (adenovirus), che contiene il materiale genetico della proteina spike di SARS-COV-2. Dopo la vaccinazione, viene prodotta la proteina superficiale, che attiva il sistema immunitario affinché attacchi il coronavirus in caso di contagio. Il vettore adenovirus ricombinante (ChAdOx1) è stato scelto per generare una forte risposta immunitaria già da una singola dose e non è replicante e non può quindi, in nessun caso, causare infezione nell’individuo vaccinato. la seconda dose si ripete dopo 3 mesi. Il vaccino Russo (Sputnik) è risultato ancora più efficacie dell’Astra-Zeneca, perchè il richiamo introduce una variante del virus inoculato, che non induce eventuali resistenze anticorpali prodotte dal soggetto contro lo stesso vaccino alla seconda dose. Questo renderebbe il vaccino Sputinik con un elevato livello di efficacia (più del 90%), contro il 60% inizialmente attribuito ad Astra Zeneca, che per questo motivo sta apportando degli aggiornamenti simili allo Sputnik. I nuovi dati raccolti su Vaxzevria, hanno rivalutato i livelli di efficacia comunque più alti di quelli stimati inizialmente pari a oltre 80%. L’EMA ha riconosciuto come effetto collaterale molto raro di  Vaxzevria la formazione di trombosi in sedi inusuali associate a  piastrinopenia e ha confermato il giudizio positivo rispetto al rapporto rischio/beneficio di questo vaccino, ritenendolo efficace nel prevenire le forme gravi di COVID-19. Da dati provenienti dai laboratori del Brasile, risulterebbero che Vaxzevria non protegga da alcune varianti del virus Brasiliano simili  a quelle  del Sudafrica e già presenti in Italia. Si aspetta di verificare gli sviluppi di questi nuovi dati. Anche il recente vaccini  Johnson & Johnson (Vaccine Janssen), che usa un vettore adenovirus a mono somministrazione, efficace anche su alcune varianti, facile da utilizzare per la conservazione, ha mostrato rari casi di trombosi che hanno posto un indicazione simile a Vaxzevria ossia sopra i 60 anni a causa di un relativo, anche se rarissimo, aumentato rischio nei soggetti più giovani. Ultimo arrivato di recente il vaccinio Novavax introduce nell’organismo umano la proteina Spike mescolata con saponina che serve per istruire il sistema immunitario e stimolare la risposta “adattativa” dei linfociti di tipo T e B che sono gli archivi anti virus del nostro corpo, così da produrre gli anticorpi specifici per fermare il contagio. Il nuovo Vaccino anti Covid-19 attualizza una tecnica che si utilizza da più di trent’anni, già ampiamente sperimentata per vaccini a protezione dei neonati, che finora si sono segnalati per la scarsità di effetti collaterali di rilievo e sono stati molto utili per combattere herpes zoster, meningococco, papillomavirus ed epatite B. Per questo motivo oltre ad essere efficace, potrebbe costituire un elemento di maggiore tranquillità per quelle che sono i teorici effetti collaterali a lungo termine non acora studiati negli altri precenti tipi, in particolare ad mRna, più efficaci, ma meno studiati nella popolazione generale.

Vaccini anti Sars-Cov-2 su cui si punta molto, ma che potrebbero dare immunità per un periodo troppo breve, per le caratteristiche che posseggono questi tipi di virus a RNA a singola catena. Inoltre l’imminità vaccinale è stata misurata in base alla risposta anticorpale che il vaccino induce che è una immunizzazione sbilanciata rispetto al contatto con il virus reale. Fino a poco tempo fa, si riteneva che un numero discreto di persone che si erano ammalate (COVID-19), o che erano venute in contatto con il Sars -Cov-2, non sviluppassero una risposta immunitaria permanente (almeno 1 anno) in quanto in pochi mesi tendevano a negativizzare gli anticorpi IgG di memoria. Recenti ricerche avrebbero smentito queste ipotesi, in quanto hanno dimostrato che i linfociti B che producono gli anticorpi, restano attivi anche dopo l’infezione e divengono subito pronti a produrre nuovi anticorpi in caso di contagio con un nuovo ceppo virale. Inoltre l’immunità così detta cellulare dei linfociti T sono altrettanto in grado di produrre un efficace immunità naturale anche contro le sempre più numerose varianti del virus (inglese, sudafricana, brasilian, la più recente delta). L’immunità naturale ha il vantaggio, rispetto alla vaccinazione, di “conoscere il virus per intero” e non solo in una sua frazione, la proteina spike, necessaria per la penetrazione del virus nelle cellule. La maggior parte degli immunologi ritengono pertanto che possa essere più protettiva l’immunità naturale rispetto a quella acquisibile attraverso il vaccino, specie nei confronti di nuove varianti infettive del virus così come nel caso si presentasse l’eventualità di manifestare forma grave di malattia (ADE) innescata da un successivo contagio del virus, avente una sostanziale modificazione della proteina spike, non più neutralizzabile dagli anticorpi prodotti con il vaccino.

Infatti un evento molto temuto dai produttori di vaccino, è il verificarsi della comparsa di eventi tipo di paradosso, fenomeno noto come ADE (Antibody-Dependent Enhancement) ossia potenziamento della malattia anticorpo dipendente o meglio potenziamento immunitario/infiammatorio che provoca una manifestazione clinica molto grave della malattia. Si tratta di una sorta di “cavallo di Troia” che permette al virus di introdursi nelle cellule del Sistema Immunitario chiamate macrofagi. Queste cellule fondamentali dell’Imunità Innata, riconoscendo la presenza di anticorpi, non più neutralizzanti il virus, legate alle cellule infettate, tendono a fagocitarle in ogni caso. In tal modo il virus ancora vivo, trova spazio al loro interno, si replica e le uccide. Alla morte dei macrofagi si liberano citochine che sono molecole biologiche che fungono da potenti attivatori dell’infiammazione. L’effetto ADE innesca la così detta “tempesta citochinica” responsabile delle forme gravi di polmonite interstiziale e della Coagulazione Intravascolare Disseminata (DIC) in corso di gravi manifestazioni di COVID-19.

Anche se ad oggi i vaccini risultano capaci di indurre la formazione di anticorpi neutralizzanti nei confronti dei virus SARS-COV-2 in circolazione in Europa e USA,  alcune varianti sembrano iniziare a sfuggire all’intercettazione vaccinale. La questione sembrerebbe per ora risolta, ma non si può escludere la possibilità che nei prossimi mesi il virus muti ad un livello tale da non consentire più l’effetto neutralizzante anticorpale efficace,  rischiando di innescare l’effetto ADE nei soggetti vaccinati che si contagiassero nuovamente con nuovo SARS-COV-2 modificato. In questo caso sarà necessaria una tempestiva produzione di nuovi vaccini aggiornati alle caratteristiche del nuovo Virus mutato. Vaccini da somministrare con grande rapidità in tutti i soggetti precedentemente vaccinati. In caso contrario il temuto effetto ADE potrebbe teoricamente produrre nuovi casi di Covid fulminanti e letali, proprio nei soggetti precedentemente vaccinati anche se in salute e di giovani età. Pertanto la decisione che la comunità scientifica internazionale ha preso di vaccinare più persone possibili, fino al 70-80% della popolazione e non solo le categorie a rischio (20%), responsabili dell’emergenza sanitaria e della crisi economica mondiale, è teoricamente rischiosa, ma è mirata ha bloccare il prima possibile la circolazione del virus (immunità di gregge) allo scopo di bloccare lo sviluppo delle varianti che possono resistere agli attuali vaccini. Battaglia che si dice potremmo perdere se non si prevede una campagna vaccinale rapida ed efficace anche nei paesi più poveri. Al contrario i pericoli per la salute potrebbero aumentare anche per la popolazione attualmente non colpita dalla forma grave di COVID a causa dell’auto aggressione immunitaria dovuta ad ADE in individui esposti al contagio con nuovi ceppi di SARS-COV-2 mutati e non più neutralizzati dalle vaccinazioni attuali. Inoltre è altrettanto noto che essere vaccinati per tipi di virus ad mRna come il Sars Cov 2, proprio per la natura di questi tipi di virus, le vaccinazioni favoriscono lo svilupppo delle varianti nei soggetti vaccinati che possono comportarsi come contagiati asintomatici e quindi svilupparle e diffonderle facilmente, anche se i dati più recenti ribadiscono la minore trasmissibilità del virus nei vaccinati rispetto ai non vaccinati. Dunque la comunità scientifica mondiale avrebbe “scommesso” di vincere la battaglia della pandemia puntando sui vaccini, che pur essendo di fatto sperimentali (per molti aspetti più una fase 3 che 4), avrebbero una più elevata probabilità di arrestare la diffusione del virus oltre che ridurre, in particolare nei soggetti a rischio, la gravità della malattia. E notizia del 23 agosto che FDI ha difatto “sdoganato” la fase sperimentale (fase 3)  sui vaccini ad mRNA (Pzifer e Moderna) in quanto i dati raccolti ad oggi, consentirebbero già di ritenerli sicuri. per questo motivo in Italia si sta considerando l’eventualità dell’obbligo vaccinale attualmente rimodulato in un un obbligo di Green Pass  (“lascia passare”) per tutte le categorie dei lavoratori. La legge è entrata in vigore dal 15 ottobre 2021. Ancora scarsa di evidenza scientifica è invece la decisione attuata da tempo di vaccinare  soggetti naturalmente contagiati dal virus che hanno mostrato valida immunità anticorpale per presenza di IgG neutralizzanti la proteina spike. In Italia vige l’indicazione a vaccinare (secondo le direttive EMA) pazienti dichiarati guariti da Covid, preferibilmente entro 6 mesi dalla pregressa infezione e solo con una singola dose di vaccino, se comprovata da una documentata positività del tampone molecolare al momento del dichiarato contatto con il virus. Numerose pubblicazioni stanno inoltre evidenziando che le proteine spikes, di cui induciamo un’importante produzione attraverso le vaccinazioni, “mimano” (omogeneaità di sequenza genica) le strutture proteiche di oltre 22 tessuti umani diversi, come il cuore ed il cervello, le cellule del sistema riproduttivo etc. Esisterebbe dunque la possibilità che in coincidenza ad un levato numero di anticorpi prodotti dal nostro Sistema Immunitario contro le spikes, vadano a legarsi ai nostri tessuti provocando un possibile danno da autoimmunità. Le ricadute di questo fenomeno sono ancora sconosciute in quanto non è stato possibile studiare l’incidenza di una possibile autoimmunità nei soggetti vaccinati negli anni a venire. Altrettanto difficile sarà poter dimostrare una relazione causa/effetto tra vaccino ed autoimmunità con studi retrospettivi, in quanto potrebbero passare molti anni tra l’evento vaccinale e la comparsa dell’effetto avverso auto immunitario. Se cio dovesse accadere, la scelta di fare una vaccinazione di massa, invece che mirata alla sola popolazione a rischio per forma grave di Covid, potrebbe risultare, nel rapporto rischio/beneficio, una scelta svantaggiosa per la risoluzione della pandemia.

Per quanto riguarda l’aspetto clinico della gestione medica del COVID-19, si è scoperto tardivamente nel 2020, attraverso le autopsie, non eseguite all’inizio dell’epidemia, per timore della contagiosità del virus, che molte cause di decesso attribuite a COVID-19, erano dovute non solo a polmonite interstiziale ma a meccanismi trombo embolici dei vasi polmonari (DIC). Iper-coagulazione disseminata innescata dalla intensa reazione infiammatoria (tempesta citochinica) prodotta dall’organismo, quando aggredito violentemente dal virus. A questo scopo ora si somministrano in certe fasi della manifestazione della malattia, anticoagulanti (eparina) e anti-infiammatori (desametasone) per frenare l’eccessiva reazione infiammatoria. Tra tutte le terapie fino ad ora somministrate, uno dei trattamenti che ha dimostrato inizialmente ottima efficacia e specificità, consiste nell’infusione di plasma di pazienti guariti da corona virus, contenenti alcuni tipi di anticorpi, definiti neutralizzanti, in grado di bloccare rapidamente la replicazione virale. Uno studio pubblicato a novembre 2020 avrebbe purtroppo registrato una scarsa risposta a questo genere di infusioni rispetto al gruppo controllo oggetto di studio. Questa ricerca è in contrasto con le molte osservazioni positive raccolte da vari centri clinici nazionali che lo hanno utilizzato. Anche in Italia si stanno studiando gli effetti degli Anticorpi Monoclonali (sintetizzati in laboratorio), che riproducono fedelmente gli anticorpi risultati potenti neutralizzatori del nuovo coronavirus, estratti dal plasma di soggetti malati che sono guariti e che risultano essere efficacemente immunizzati. Nel 2022, è iniziata la distribuzione di un farmaco antivirale specifico (ritonavir) già utilizzato nell’AIDS, che può essere assunto per bocca, in fase iniziale dell’accertata infezione, specie nei soggetti a rischio,  che risulatea essere risolutivo dell’arresto dell’infezione fino al 90% dei casi.

Sul piano economico e sociale, il Lock Down deciso dal Governo alla prima ondata di marzo-aprile 2020, bloccando l’attività lavorativa di quasi tutti i settori produttivi, commerciali, artigianali e professionali, per un lungo periodo di tempo, ed in modo più limitato ma altrettanto grave, durante la seconda ondata autunnale, ha innescato la più importante crisi economica dal dopo guerra ad oggi, in un contesto di crisi globale. Infatti la maggior parte delle altre nazioni d’Europa e del mondo, hanno adottato misure di Lock Down simili alle nostre. Questa condizione drammatica, insieme alla paura del contagio virale, sempre più diffusa nella percezione collettiva della gente, il prolungato isolamento sociale di molti anziani, che hanno dovuto cambiare le loro abitudini, stanno giocando un peso rilevante per la salute pubblica generale. L’impatto emotivo che la situazione ha prodotto sulla popolazione, ha determinando una condizione sfavorevole per l’equilibrio del Sistema Immunitario di tutti quei soggetti emotivamente più impressionabili o maggiormente coinvolti dalla situazione di incertezza economica che si delinea per il futuro. La ricerca scientifica ha più volte dimostrato che condizioni prolungate di paura/allarme/ansia/angoscia, abbassamento del tono dell’umore, disturbi del sonno, provocano disfunzioni nella regolazione del Sistema Neurovegetativo, con conseguenze negative sulla risposta infiammatoria ed immunitaria. A conferma del grave disagio psico-sociale che ha colpito oltre il 50% della popolazione, si è registrato un netto incremento dell’assunzione di psicofarmaci di tipo ansiolitico e antidepressivo. Un altro elemento sfavorevole che ha avvantaggiato la virulenza del COVID-19, deriva da una eccessiva sedentarietà, a seguito dell’ordinanze che hanno obbligato la popolazione a non muoversi dalla propria abitazione per periodi prolungati. Comportamento purtroppo spesso associato ad un abuso compulsivo di dieta a base di carboidrati, come si è evidenziato dal consumo di farina, lieviti, pasta e riso. Tipo di alimentazione che nella fascia di età più a rischio (over 65), conduce alla sindrome metabolica (iperglicemia, dislipidemia e ipertensione), fattore di rischio di infiammazione cronica silente, elemento critico in caso di infezione da SARS COV 2. Inoltre si stima che il comportamento sedentario, per le conseguenze sopra descritte, provoca già da solo in modo diretto ed indiretto, fino a 19.000 decessi al giorno a livello mondiale. Un altro gravissimo problema sociale che dovrà essere affrontato, riguarda la popolazione giovanile, molto spesso impedita nelle attività scolastiche e costretta all’isolamento relazionale.

In futuro la Storia dovrà giudicare se di fronte a questa pandemia, la scelta fatta dalla maggioranza degli stati Sovrani Moderni nell’adottare misure tanto restrittive della libertà personale dei cittadini, con conseguenze drammatiche sull’economia di quasi tutti i popoli, sia stata la scelta migliore per preservare il bene comune, o forse solo la più opportuna, per nascondere le evidenti inefficienze sanitarie ed organizzative di molte nazioni moderne, che si sono dimostrate impreparate a gestire una epidemia virale verosimilmente più virulenta di 6/7 volte rispetto alla comune influenza stagionale, se questo tasso di letalità verrà confermato dagli studi epidemiologici retrospettivi.

 

http://www.radiorosbrera.com/2020/02/27/con-il-dottor-giulio-pellegata-parliamo-anche-di-coronavirus-difese-immunitarie-e-dellimportanza-dei-numeri/

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